ILLUMINARSI? SI PUO’!
Vi siete mai chiesti come hanno fatto i più illuminati esseri umani di tutti i tempi a divenire ciò che sono stati, trascendendo le limitazioni dell’universo fisico?
Come hanno fatto a “divinizzare” la loro natura umana?
Beh, la risposta non è nascosta in qualche raro libro esoterico, né è celata da alcuna organizzazione che ha la pretesa di rappresentarli, ma è molto più semplice ed immediata: cambiare il proprio punto di vista rispetto a tutte le espressioni della Vita.
Ma facciamo un passo in dietro per comprendere il senso di tale cambiamento.
LA PROSPETTIVA DELL’UOMO MEDIO
Siamo abituati, nel nostro agire quotidiano a contatto con gli altri membri della nostra specie e con la società, a vivere secondo la prospettiva della nostra personalità che si basa essenzialmente sul nostro vissuto, sull’educazione ricevuta, sul contesto sociale in cui ci siamo formati e sulle convinzioni che progressivamente sono maturate dentro di noi.
Il nostro carattere, insomma, informa la nostra vita facendoci pensare, parlare ed agire in base alle sue caratteristiche, come si sono formate nel tempo.
In questo approccio alla vita, peraltro, la mente razionale gioca un ruolo importantissimo poiché essa si è formata insieme alla nostra personalità costituendone l’elemento centrale.
Ma in che modo opera la mente razionale?
Il suo metodo è molto semplice: giudica ciò che è giusto o sbagliato per noi in accordo con i dati acquisiti nel corso della nostra esistenza (memorie del passato) e li rielabora in prospettiva futura.
Tale meccanismo comporta, poi, l’attribuzione di un ruolo, cui corrispondono certe caratteristiche, a tutti gli esseri con i quali abbiamo un legame; così, ad esempio, esiste il ruolo dei figli a cui la mente associa un insieme di attributi (positivi o negativi) che le consentono, di volta in volta, di decidere se la persona che riveste tale ruolo è effettivamente buona o cattiva.
L’approccio alla vita di un uomo medio, quindi, non può che portare al giudizio poiché esso è un elemento imprescindibile per chi si immerge nel mondo duale. La coscienza duale, infatti, contiene polarizzazione e quindi è naturale che esista il fatto di schierarsi da una parte da anteporre ad un’altra: ed ecco qui il giudizio.
Il giudizio, però, porta necessariamente con sé la condanna di se stessi o degli altri per aver detto o compiuto atti contrari a ciò che si ritiene essere giusto, dal proprio punto di polarizzazione.
In più, condannare se stessi o gli altri determina sempre emozioni non equilibrate che vivificano altri pensieri di giudizio, i quali, a loro volta, generano nuove emozioni disfunzionali innescandosi, così, una spirale discendente che conduce a disagi psico - fisici sempre più marcati ed evidenti.
A complicare ulteriormente le cose ci si mettono anche le circostanze esterne che, con una forza sorprendente, attivano i giudizi della mente e le relative emozioni dell’uomo medio, facendolo precipitare sempre più in basso.
IL CAMBIAMENTO
Il cambiamento di prospettiva effettuato da tutti gli esseri umani illuminati nella storia è partito proprio dal divenire consapevoli che il meccanismo ripetuto di giudizio/condanna/emozioni non equilibrate “frammentava” l’essere umano anziché integrarlo.
Essi hanno compreso e sperimentato un nuovo approccio alla vita, privo di giudizi, e basato sullo sforzo cosciente di vivere in accordo con la MISERICORDIA ed il PERDONO.
Ma cosa significano veramente queste parole?
Il termine MISERICORDIA ha diverse etimologie.
Nella lingua latina, deriva dal sostantivo cor/cordis (cuore) e dal verbo misereor (ho pietà) da cui nasce il termine misericors/ misericordis.
In ebraico misericordia è khesed e ha le sue radici nell'alleanza tra due parti e nella conseguente solidarietà di una parte verso quella in difficoltà.
In greco misericordia è eleos e tale termine indica il sentimento di intima commozione, di compassione, di pietà, contrapposto all’invidia per la fortuna del prossimo. Spesso si unisce al timore di essere colpito dai medesimi mali.
Ciò che emerge da queste indicazioni etimologiche è che LA MISERICORDIA è una virtù morale che nasce dall’intima unione, a livello di cuore (e non potrebbe essere altrimenti, visto che il cuore simboleggia l’Amore, attributo divino che si estrinseca nella totale accettazione di se stessi e degli altri e quindi nell’inclusività), tra gli esseri umani e che si manifesta nella compassione che si prova verso chi soffre.
La compassione, infatti, consiste nella comprensione profonda (spesso inconsapevole) del fatto che tutti gli esseri umani, pur nella loro diversità, sono fratelli accomunati da un origine comune e divina e da un destino comune consistente nell’estendere i confini della creazione sui piani più densi di energia, passando attraverso l’inconsapevolezza che porta all’esperienza apparentemente “definitiva” della morte fisica.
La misericordia può nascere solo dal “sentire” di condividere un percorso comune, anche se esso si estrinseca, per ciascuno, in una miriade di sfaccettature diverse.
… è stato infatti, molto opportunamente, detto che “le vie del Signore sono infinite”…
IL TENTATIVO DELLA MENTE DI RAZIONALIZZARE LA MISERICORDIA
Il concetto di misericordia è di natura e portata molto ampia poiché affonda le sue radici nell’amore compassionevole.
Darne una definizione, pertanto, è quanto mai riduttivo ma è proprio quello che la mente razionale ci spinge a fare nel tentativo di reinserirsi in un modo di vivere che la escluderebbe quasi del tutto.
Il punto è che non è possibile dare una definizione precisa di un fatto etico (e quindi non definibile mentalmente) come la misericordia, a meno che non se ne riduca l’ambito facendola diventare sinonimo di pietà (non nell’accezione romana di pietas), intesa come sentire e farsi carico delle sofferenze altrui.
Essere misericordiosi significherebbe, allora, dimostrare la propria vicinanza a chi è in difficoltà, mostrandogli di provare personalmente la stessa sofferenza.
In questo modo, però, ci si distoglie dal vero amore, base di qualsiasi atto misericordioso (ed espresso dalla regola d’oro “Ama il prossimo tuo come te stesso”), in cui c’è pari considerazione tra chi ama e chi è amato.
Si sceglie, infatti, di star male (prescindendo quindi dall’amore verso se stessi) per dimostrare di provare vera misericordia verso gli altri; oppure per potersi glorificare di essere misericordiosi o ancora perché non si è capaci di accettare la sofferenza, soprattutto se colpisce le persone più care.
Tale atteggiamento però, dal punto di vista energetico (ed in conseguenza delle leggi di attrazione e di causa ed effetto), non fa altro che alimentare la sofferenza, sia di chi sceglie di soffrire le pene altrui e sia di chi personalmente le soffre, poiché il farsene carico da un lato ne amplifica la portata in chi già le prova e, dall’altro, le “mette in circolo” in chi se ne appropria.
UN APPROCCIO REALMENTE MISERICORDIOSO
In realtà, la vera misericordia non fa mai venire meno l’amore verso se stessi e questo gli illuminati lo sapevano bene!
Essi, infatti, hanno sempre basato il loro vivere sul rispetto del proprio massimo bene (amarsi) e del cammino scelto da ciascuno, anche se apparentemente doloroso e tragico (amare gli altri), consapevoli dell’origine e del destino comune a tutti gli esseri umani.
Vivere misericordiosamente non significa, quindi, aiutare sempre e comunque il prossimo, anche qualora tale scelta derivi da una reazione emotiva ad una situazione che non si riesce ad accettare o comprendere (un altro essere umano che soffre), ma scegliere, di volta in volta, quale comportamento corrisponda ad un impulso interiore, certi del fatto che, se esso proviene realmente dal nostro Spirito, è sempre un atto d’amore.
Quale sia, poi, la scelta non è possibile saperlo prima poiché essa giunge spontaneamente, nel momento stesso in cui emerge la questione e non è, quindi, programmabile a priori.
MISERICORDIA E PERDONO: DUE FACCE DELLA STESSA MEDAGLIA
Il PERDONO può nascere esclusivamente da un atteggiamento misericordioso e si manifesta quando scegliamo di cambiare prospettiva rispetto ad una questione conflittuale con un altro essere umano.
La condanna, conseguente al giudizio della mente, viene sostituita da uno stato di profonda accettazione, frutto di un atteggiamento misericordioso.
E’ la misericordia infatti, nel significato più profondo, a consentire a ciascun essere umano di perdonare chi pone in essere verso di lui comportamenti non equilibrati o addirittura dannosi che invece la sua mente condannerebbe, se lasciata libera di prendere in mano la situazione.
Emerge infatti, oltre al rispetto ed alla compassione, anche la comprensione che comunque, per le infallibili leggi di attrazione e di causa ed effetto, ciascuno è INTEGRALMENTE RESPONSABILE di ogni cosa gli capiti nella vita e quindi anche di un dissidio con un'altra persona.
Assumendoci sempre le nostre responsabilità rispetto a ciò che la Vita ci offre, peraltro, potremo essere veramente attenti a cogliere dal comportamento degli altri, soprattutto se genera problemi, indizi di un malessere da accettare e risolvere.
I problemi sono, infatti, sempre un’opportunità di crescita se ne cogliamo l’origine ed il significato.
Un proverbio buddista recita “se qualcuno ti mette un dito nella piaga, benedicilo perché ti mostra una ferita aperta che non sapevi di avere”: a buon intenditor poche parole …
Ciascuno di noi invece, è incline alla compassione verso le persone che si trovano in difficoltà SOLO SE esse riescono a mantenere un comportamento inoffensivo verso di noi o verso i nostri cari; altrimenti subentrano giudizi di critica e di condanna poiché alla misericordia si sostituisce l’istinto di reagire all’aggressione.
In altri termini, è sicuramente più facile essere giudici equilibrati e magnanimi quando ciò che valutiamo non ha conseguenze nella nostra vita; quando invece siamo toccati in prima persona dai comportamenti di persone in difficoltà, ecco che immediatamente la misericordia cede il passo alla salvaguardia della nostra personalità.
Una volta immedesimati nella situazione problematica, poi, l’accettazione proveniente dal cuore (che è requisito della misericordia) non trova spazio poiché viene soffocata dalla mente che giudica, critica e condanna.
Un iniziato, invece, saprebbe bene che chi si comporta in maniera fallace è, forse più degli altri, in difficoltà, in quanto le sue azioni non equilibrate, per legge di causa ed effetto, gli torneranno amplificate; la sua misericordia nascerebbe, invero, dalla consapevolezza intima che ogni uomo è uguale agli altri anche se segue percorsi differenti e che ciò che accade nella propria vita, anche se apparentemente esterno, è in realtà il risultato di cause generate da se stesso.
Il Perdono allora, interviene nel meccanismo mentale di giudizio/condanna/emozioni non equilibrate della mente, liberando tutte le persone a cui avevamo attribuito dei ruoli dalle nostre proiezioni polarizzate e vedendole come realmente sono: compagne in un’avventura splendida che è la vita.
La forza del perdono agisce come un fiume in piena spazzando via tutte le strutture mentali basate sul passato e sommergendole con il suo impeto purificatore. Tutti i risentimenti ed i rancori allora, privati della loro struttura portante (i giudizi) crollano miseramente ed immediatamente e si avverte una sensazione magnifica di leggerezza dovuta al fatto che non esistono più i giudizi personali e le credenze sociali che li mantenevano in vita.
Accade, infatti, che l’energia non equilibrata generata dalla polarizzazione di chi ha offeso e di chi ha ricevuto l’offesa venga “lasciata andare” (invece che essere alimentata) e “de-polarizzata” dalla forza che il perdono ha dentro di sé.
Gli illuminati, quindi, prima di riscoprire la loro più intima essenza, hanno senz’altro abbracciato nella loro vita la prospettiva dell’amore misericordioso verso ogni forma di vita, passando attraverso una fase di totale ed incondizionato perdono di tutte le persone e situazioni che la loro mente giudicava in qualche modo.
I FRUTTI DEL CAMBIAMENTO DI PROSPETTIVA
Il dono che porta questo modo di vivere è la libertà.
Essa consiste nel non avere più questioni irrisolte, sospese o comunque non accettate rispetto a qualsiasi manifestazione della Vita e quindi nel potere finalmente sperimentare la propria esistenza da una prospettiva non duale, ignorando i sentimenti di condanna e basandosi sull’amore incondizionato.
Emerge, infatti, la sensazione profonda di non avere più limiti, poiché essi sono stati dissolti e trasformati attraverso l’energia del perdono.
Non avere limiti, peraltro, non vuol dire sentirsi autorizzati ad andare in giro a spaccare le cose, ma solo disidentificarsi con tutto ciò che ci delimita: la nostra personalità, inizialmente, ma anche tutto quanto si frappone alla totale fusione con il Tutto.
In questo senso, la libertà è il traguardo e la méta ultima che ciascuno di noi è destinato a raggiungere e che alcuni hanno già raggiunto, ma essa inizia ad esprimersi molto prima, come spinta all’emancipazione da ogni forma di dipendenza, di qualunque natura essa sia, grazie alla quale trascendere il desiderio e placare la tempesta che si agita nel nostro corpo emotivo.
La qualità della libertà è, quindi, di somma importanza nelle nostre vite e non dovremmo consentire a niente e a nessuno di privarcene, a prescindere dai condizionamenti e dalle credenze sociali, politiche, religiose a cui diamo la nostra attenzione.
D’altro canto, essa si manifesta nella nostra vita solamente quando siamo in grado di riconoscerla e rispettarla negli altri, poiché, come sempre, raccogliamo ciò che seminiamo.
Io sono un uomo libero, di nessuna epoca e di nessun luogo diceva con molta consapevolezza il Conte di Cagliostro in “Io sono Colui che è” (da Trilogia dell’ IO SONO, Edizioni BIS).
Siamo arrivati alla fine.
Possiamo adesso individuare in cosa consiste il cambiamento che ha “divinizzato” i più grandi illuminati della storia: lasciare liberi gli altri fratelli umani di seguire il proprio percorso, anche se hanno scelto la via della croce (misericordia) vivendo in base ai propri impulsi interiori; liberarsi dall’orgoglio, dal giudizio e dalle critiche verso gli altri trasmutando la condanna in amore (perdono).
Essere liberi con libero arbitrio tornando ad essere ciò che tutti gli uomini erano in origine, cioè strumenti idonei alla manifestazione perfetta dell’idea di Dio.